Giovani, folli e liberi.

Giovani, folli e liberi è un articolo che ho trovato (e letto) su D La Repubblica e parla degli adolescenti. Della loro visione entusiastica della vita e del mondo, così diversa da quella degli adulti che invece hanno un approccio più razionale e meno estetico. Che, non dimentichiamoci, deriva dal verbo greco aisthanomai “sentire”. E gli adolescenti sentono tutto per la prima volta con un misto di paura e follia che li incatena e li lancia a vivere tutto in modo estemporaneo basta esserci, basta vivere, basta sperimentare, sentire. Appunto.

I figli di Donald sono 3 adolescenti e io mi ritrovo a guardarli un po’ dall’alto, un po’ da lontano, un po’ da vicino. In mezzo a loro, direi.
Un po’ mi fanno paura e un po’ tenerezza. Un po’ li invidio.
Perché, ad oggi, so che non ho vissuto a pieno l’adolescenza.
Non sono stata folle né libera, non mi sono buttata, non ho tirato fuori la lingua per assaporare la pioggia né mi sono sdraiata sull’erba.
Ero ingabbiata e recintata. Regolare e razionale.
Sì, recintata, regolare e razionale.

E quindi vedo in loro la mia occasione persa e li scruto, li studio, li osservo e li guardo come si guarda un film: curiosa di sapere quale sarà la prossima mossa, il prossimo pensiero, la prossima battuta. Così sghangherati e solidi, acerbi e maturi, curiosi e stanchi, incerti e sicuri. Perché l’adolescenza è anche questo, procedere a piccoli passi con la voglia di andare alla velocità della luce in un guazzabuglio dove tutto è il contrario di tutto.

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Mela C Mela V

parliamo_noi_03Ieri sera SDD, il bipede maggiore, è andato alla festa della scuola organizzata per celebrare l’inizio dell’anno (io festeggiavo la fine, non l’inizio, vabbè). Tutti nella piazza antistante il liceo e chissene frega della pioggia. Per l’occasione s’è comprato pantaloni, scarpe e CAMICIA nuovi. Ah, anche il profumo che si è accuratamente spruzzato dalla testa ai piedi. Stava bene ed era diverso, più grande. Più consapevole e “attento all’immagine”. E’ uscito alle 21.30 ed è tornato all’01. Da mezzanotte meno un quarto fino a che non è entrato in casa, sono stata sveglia con gli occhi a palla. Ad un certo punto, gli ho mandato un messaggio in punta di piedi solo per accertarmi che fosse vivo. Era vivo.

Tanto per tenere il cervello impegnato e l’ansia a bada, ho pensato a cosa potrebbe provare un ragazzino quindicenne alle prime feste notturne: non posso fare un paragone con me perché io a quindici anni non andavo ad alcuna feste né avevo interesse verso i miei coetanei. Mi sono sempre piaciute persone più grandi, inarrivabili e che comunque non frequentavano i posti (pochi) in cui andavo io. Dunque, pagine e pagine di diario riempite da sospiri evanescenti. Nulla più.

Ma oggi, e a Milano, è diverso: i ragazzi sono molto più liberi sia a livello fisico (escono di più) che tecnologico (anche in casa, sono connessi costantemente col mondo) quindi hanno molte più occasioni di “fare esperienza”. Che sia un bacio, un abbraccio, un pezzo di strada insieme, un rifiuto, una bevuta, una cazzata. E allora mi chiedevo cosa provasse lui, se avesse qualche speranza, se gli sia battuto il cuore vedendo proprio lei, se fosse inebriato da quella piccola porzione di libertà che gli permetteva di essere in una piazza, di notte, tra la musica e i suoi amici. Se sperava succedesse qualcosa che poi invece non è successo o se, al contrario, sia stato colto di sorpresa per qualcosa che non si aspettava.

Chissà.

Quel che so è che sta cominciando adesso a incontrare situazioni che poi si ripeteranno come fotocopie per tutta la vita: stesse dinamiche, stessi giochi, stessi dolori, stesse gioie, stesse speranze e stesse delusioni. Solo, con più esperienza e strumenti per affrontarle.

O forse no.

Per fare una vita, ci vuole un tavolo.

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Nella casa nuova ci sarà un tavolo speciale.
E’ un tavolo che dalla mia infanzia passa alla mia vita adulta.
Un tavolo che mia nonna comprò durante la guerra e che, dalla guerra, è arrivato fin qui.
Amavo mia nonna, amo quel tavolo.
E’ un tavolo semplicissimo, di legno scuro e con una grande crepa sul piano.
Voglio che lo restaurino poco, il giusto per riempire la crepa ma senza levargli l’anima.
Senza cancellare i ricordi che porta su quelle quattro gambe.
Le stesse quattro gambe che hanno sorretto me e la piastra di marmo che avevano messo sopra.
Su quel tavolo ci sono cresciuta, ci sono stata a giornata intere: mi ci sdraiavo di schiena, di pancia, di lato. Ci stavo seduta. Ci leggevo, ci guardavo la tv, ci chiacchieravo, ci mangiavo l’uva e ci bevevo il caffèlatte.
Non so bene cosa rappresentasse per me, forse una sicurezza, forse un’abitudine. Forse una prospettiva diversa dalla quale guardare le cose che mi succedevano intorno.
Sicuramente un modo per essere al centro dell’attenzione di tutti: dei miei nonni e di mia zia zitella, io là sopra e loro intorno, guardiani di un tesoro prezioso.
Mia zia sempre in ansia che cadessi, mia nonna pragmatica e diretta: “La terra ha fermato anche le bombe, fermerà anche lei”.. Ma non mi perdeva di vista un secondo.
Il freddo del marmo lo ricordo ancora, una piastra spessa e liscia, con qualche venatura: d’estate era piacevole, d’inverno no. Allora provvedevano a mettere un plaid tra me e lui, così che il freddo non mi raggiungesse.
Dal 1944 al 2014, quel tavolo ha 70 anni: a pensarci, mi gira la testa.
Ha superato la guerra, come mia nonna, ha goduto degli anni ’50 e ’60, come mia nonna, mi ha visto nascere e crescere, come mia nonna.
Poi, ad un certo punto, è stato abbandonato. E’ rimasto in una casa disabitata.
Adesso quella casa è in vendita, esattamente così com’è stata lasciata. Con le tazzine da caffè, il servizio buono, i mobili anni ’70 e un divano che farebbe impazzire i patiti del vintage. Non voglio nulla.
Voglio solo quel tavolo, quel mio pezza di vita e lo sguardo di mia nonna.