La colazione.

Dimagrire-a-colazione-cosa-mangiareDopo un mese di convivenza ho scoperto che c’è una cosa che mi piace tantissimo: preparare il tavolo per la colazione.
Lo faccio la sera, prima di andare a letto.
E’ un rito sempre più conosciuto, rassicurante e nuovo ogni volta.

Soprattutto, mi piace sapere che c’è chi vuole la tazza grande, chi il cucchiaio piccolo, chi preferisce i Kellogg’s normali, chi gli Special K e chi le Gocciole.
Mi piace sapere che loro 4 vogliono il latte freddo mentre io caldo, che in 3 vogliamo il caffè ma il primo bipede lo beve a parte, nella tazzina.
Che in due mettiamo lo zucchero di canna e gli altri bianco.
Che io ho la tazza blu col manico e loro bianca, senza.

Mi piace vederli arrivare a scaglioni, in pigiama, con le penne arruffate ma svegli come grilli.
Mi piace quel momento lì, con tutta quella gente lì, sospeso e sospesi all’inizio del giorno.

Per fare una vita, ci vuole un tavolo.

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Nella casa nuova ci sarà un tavolo speciale.
E’ un tavolo che dalla mia infanzia passa alla mia vita adulta.
Un tavolo che mia nonna comprò durante la guerra e che, dalla guerra, è arrivato fin qui.
Amavo mia nonna, amo quel tavolo.
E’ un tavolo semplicissimo, di legno scuro e con una grande crepa sul piano.
Voglio che lo restaurino poco, il giusto per riempire la crepa ma senza levargli l’anima.
Senza cancellare i ricordi che porta su quelle quattro gambe.
Le stesse quattro gambe che hanno sorretto me e la piastra di marmo che avevano messo sopra.
Su quel tavolo ci sono cresciuta, ci sono stata a giornata intere: mi ci sdraiavo di schiena, di pancia, di lato. Ci stavo seduta. Ci leggevo, ci guardavo la tv, ci chiacchieravo, ci mangiavo l’uva e ci bevevo il caffèlatte.
Non so bene cosa rappresentasse per me, forse una sicurezza, forse un’abitudine. Forse una prospettiva diversa dalla quale guardare le cose che mi succedevano intorno.
Sicuramente un modo per essere al centro dell’attenzione di tutti: dei miei nonni e di mia zia zitella, io là sopra e loro intorno, guardiani di un tesoro prezioso.
Mia zia sempre in ansia che cadessi, mia nonna pragmatica e diretta: “La terra ha fermato anche le bombe, fermerà anche lei”.. Ma non mi perdeva di vista un secondo.
Il freddo del marmo lo ricordo ancora, una piastra spessa e liscia, con qualche venatura: d’estate era piacevole, d’inverno no. Allora provvedevano a mettere un plaid tra me e lui, così che il freddo non mi raggiungesse.
Dal 1944 al 2014, quel tavolo ha 70 anni: a pensarci, mi gira la testa.
Ha superato la guerra, come mia nonna, ha goduto degli anni ’50 e ’60, come mia nonna, mi ha visto nascere e crescere, come mia nonna.
Poi, ad un certo punto, è stato abbandonato. E’ rimasto in una casa disabitata.
Adesso quella casa è in vendita, esattamente così com’è stata lasciata. Con le tazzine da caffè, il servizio buono, i mobili anni ’70 e un divano che farebbe impazzire i patiti del vintage. Non voglio nulla.
Voglio solo quel tavolo, quel mio pezza di vita e lo sguardo di mia nonna.