Giovani, folli e liberi.

Giovani, folli e liberi è un articolo che ho trovato (e letto) su D La Repubblica e parla degli adolescenti. Della loro visione entusiastica della vita e del mondo, così diversa da quella degli adulti che invece hanno un approccio più razionale e meno estetico. Che, non dimentichiamoci, deriva dal verbo greco aisthanomai “sentire”. E gli adolescenti sentono tutto per la prima volta con un misto di paura e follia che li incatena e li lancia a vivere tutto in modo estemporaneo basta esserci, basta vivere, basta sperimentare, sentire. Appunto.

I figli di Donald sono 3 adolescenti e io mi ritrovo a guardarli un po’ dall’alto, un po’ da lontano, un po’ da vicino. In mezzo a loro, direi.
Un po’ mi fanno paura e un po’ tenerezza. Un po’ li invidio.
Perché, ad oggi, so che non ho vissuto a pieno l’adolescenza.
Non sono stata folle né libera, non mi sono buttata, non ho tirato fuori la lingua per assaporare la pioggia né mi sono sdraiata sull’erba.
Ero ingabbiata e recintata. Regolare e razionale.
Sì, recintata, regolare e razionale.

E quindi vedo in loro la mia occasione persa e li scruto, li studio, li osservo e li guardo come si guarda un film: curiosa di sapere quale sarà la prossima mossa, il prossimo pensiero, la prossima battuta. Così sghangherati e solidi, acerbi e maturi, curiosi e stanchi, incerti e sicuri. Perché l’adolescenza è anche questo, procedere a piccoli passi con la voglia di andare alla velocità della luce in un guazzabuglio dove tutto è il contrario di tutto.

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L’adolescenza in una stanza.

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Sabato pomeriggio Pensiero Laterale (PL), la bipede di mezzo, ha tentato di infinocchiare i genitori per ottenere il permesso di fare una cosa non a norma. L’hanno beccata e s’è fatta i seguenti due giorni chiusa in camera.

Il primo pomeriggio c’è rimasta senza batter ciglio.
La Domenica ha dato per scontato che la punizione fosse finita e s’è presentata vestita e truccata di tutto punto, rimbalzando in camera come una pallina.
Il Lunedì, esasperata, progettava piani di fuga più o meno leciti: dal calarsi dalla finestra al chiedermi di poter andare in cartoleria a prendere una matita.
Peccato per lei che fosse il 2 Giugno, Festa Nazionale.

Aggrappata al telefono come alla maschera dell’ossigeno, fingeva indifferenza verso il telefono stesso e l’avrebbe ceduto volentieri in cambio della libertà. “Del telefono non mi frega nulla, perché per punizione non mi tolgono il telefono e mi fanno uscire?”.
“Per lo stesso motivo per cui se mi proibiscono di mangiare i broccoli me ne sbatto ma se mi levano la cioccolata vado fuori di testa”.

Fuori, un mondo fatto di amicizie e “storie a grandi linee” (cit.) continuava la sua vita: si incontrava in piazza, per strada, al parco. Chiacchierava, si muoveva e tesseva garbugli.
Lei alla finestra friggeva di voglia.

La guardavo e pensavo a me, a quando in camera ci finivo io. Senza cellulare, senza computer, senza chat di whatsapp da riempire con le mie incazzature di adolescente contro gli adulti stronzi. Pagine di diario, quelle sì che le riempivo tra lo sguardo fisso sul termosifone e oltre la finestra. Che mi andava pure di sculo perché l’unica cose che potevo vedere era il mio giardino. Bella consolazione la pianta d’acero, no?

Cazzata – punizione – altra cazzata – altra punizione. L’adolescenza passa anche così che “Se non le faccio adesso, quando le faccio? Così almeno sarò un’adulta calma”.